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Onorevole Presidente della Regione; Onorevoli colleghi, Onorevoli parlamentari,  Amministratori locali e Autorità tutte.
L’iniziativa odierna sui quarant’anni della Regione, nata su impulso dell’associazione degli ex consiglieri regionali, a cui va il mio ringraziamento per la passione e l’impegno che profondono su questi temi, è la prima di una serie di altri eventi che abbiamo in mente di realizzare.
Quaranta anni di regionalismo sono una tappa storica importante per una riflessione collettiva sui percorsi che hanno visto formarsi le classi dirigenti della Calabria, specie in una fase come quella che stiamo attraversando oggi.
D’altra parte, le celebrazioni non sono mai rituali.
Sono, al contrario, momenti fecondi per guardarsi indietro e capire i passi in avanti che sono stati fatti ed anche gli errori che sono stati compiuti, consapevolmente od inconsapevolmente. Ma sempre con l’obiettivo di assicurare, in questo caso alla nostra terra ed alle nostre popolazioni un futuro dignitoso.
Un saluto particolare voglio indirizzare al primo Presidente del nostro Consiglio regionale, I’onorevole Mario Casalinuovo che, dal 1970 al 1973, è stato il primo dei 12 Presidenti dell’Assemblea calabrese.
Un ricordo va anche al primo Presidente della Giunta regionale, Antonio Guarasci, politico di grande statura culturale, che purtroppo non riuscì a completare il mandato per la morte prematura e tragica avvenuta nel 1974. Il primo Presidente di Giunta regionale dei 14 Presidenti che in quaranta anni si sono succeduti alla guida della nostra Regione. Cosi come saluto i Presidenti di Giunta e Consiglio presenti qui oggi in questa assise celebrativa.
La nascita delle Regioni ha avuto un iter lungo e travagliato.
Nel 1970, dopo ben 22 anni dalla originaria previsione costituzionale, si completava il disegno di articolazione territoriale della Repubblica tracciato dai padri costituenti.
L’idea regionale, che mutò profondamente il quadro nazionale, vide muovere i primi passi però con l’Unità d’Italia. Occorrerà attendere un lungo periodo, le nobili intuizioni di don Sturzo e soprattutto la Carta costituzionale del 1948, con cui si poneva fine allo Stato autoritario, per valorizzare le autonomie territoriali.
Oggi la prospettiva del regionalismo è cronaca quotidiana, oggetto di ampio dibattito che coinvolge il presente e il futuro.
L’elezione diretta è, dopo il nuovo meccanismo elettorale del 1995, la formula che dal 2000 garantisce alle Regioni governabilità e rappresentatività.
A "Costituzione vigente", si sono avute le riforme amministrative del 1997, l’abolizione del Commissario di Governo, la riforma del titolo V della Costituzione del 2001 che, a mio sommesso avviso, necessita di una riconsiderazione; visto, tra l’altro, il corposo contenzioso che ha generato tra le competenze statali e regionali.
Siamo giunti al punto di snodo del nostro presente che ci impone una domanda: dove intendiamo andare ? La risposta è apparentemente semplice: verso un riassetto generale dello Stato di tipo federalista che includa le Regioni in una visione unitaria e solidale.
Sono processi istituzionali più volte ventilati, ma che, per le ragioni più svariate,  a volte sembrano sparire dalla discussione, – come e’ accaduto in questi ultimi giorni – in cui le Regioni vengono additate come luoghi di sprechi e di sperperi in una prospettiva che francamente è inaccettabile culturalmente, prima ancora che politicamente.
Le Regioni hanno senz’altro molte colpe. Ma da qui a considerarle il buco nero del Paese, come pure da qualche autorevole ministro è stato lasciato intendere, c’è una bella differenza.
Cito, a difesa della funzione delle Regioni, le espressioni, pienamente condivise che ho ascoltato, insieme al nostro Ufficio di Presidenza, dalla voce del Presidente del Senato, Renato Schifani, pronunciate durante la prestigiosa celebrazione dei 40 anni delle Regioni svoltasi a Palazzo Madama il 7 giugno scorso (in coincidenza con lo svolgimento delle prime elezioni nelle quindici Regioni a Statuto ordinario), alla quale ha preso parte anche il Capo dello Stato.
Ebbene, ha sostenuto Schifani: "Con le Regioni è cresciuto in Italia il tasso di democrazia, avvicinando l’esercizio di importanti funzioni di governo del territorio e di servizi alla persona al livello della comunità di riferimento".
Oggi quindi, specialmente se si guarda al dibattito dal punto di vista delle Regioni del Sud, in cui è sempre più avvertita l’eterna questione meridionale non di attacchi ciechi alle Regioni si ha bisogno. Ma di portare a compimento la riforma dello Stato, con senso di responsabilità e di rispetto tra Istituzioni, che valorizzi la funzione dell’autonomia ma senza mai prescindere dalla cornice. L’Unità d’Italia, di cui a breve festeggeremo il 150mo compleanno, è un valore indiscutibile.
L’Italia, questo è il messaggio che mi pare possa inviare una regione come la Calabria, deve intervenire per dare risposte alle esigenze del Nord, ai bisogni del Centro e per recuperare i ritardi storici accumulati dal Sud.
Dal 13 luglio 1970 e a un giorno di distanza – il 14 luglio- dallo scoppio dei moti di Reggio, che hanno segnato drammaticamente la storia della nostra regione, al 13 luglio 2010, sono stati tanti i momenti significativi.
Questa ricorrenza, pertanto, deve essere l’occasione, per le classi dirigenti della regione e per tutti i cittadini calabresi, per capire da dove siamo partiti e a che punto è giunto il processo di unitarietà della regione, dopo la profonda frattura che ha segnato quegli anni, per fronteggiare un popolo in rivolta, con la presenza dell’esercito nelle strade di Reggio Calabria ed il sacrificio di diverse vite umane.
Furono mesi di terrore e di paura, fin quando non si giunse al "pacchetto Colombo" con l’impegno del Governo – purtroppo non rispettato – di creare in Calabria 30mila nuovi posti di lavoro e 1′ articolata distribuzione, sul territorio calabrese, dell’Istituzione Regione (a Catanzaro la Giunta, a Reggio il Consiglio e la promessa del V Centro siderurgico a Gioia Tauro e la Liquichimica a Saline Joniche ed a Cosenza, già sede Rai, la tanto attesa Università ad Arcavacata).
In questo scenario prende corpo la rivolta e la protesta sociale di Reggio Calabria da cui origina la frattura più grave della nostra storia di calabresi. Questo è l’inizio della storia della nostra Regione. Poi si sono susseguite otto legislature con qualche luce e tante ombre. Con maggioranze instabili, crisi perenni, giunte dalla vita assai breve,  “ribaltoni” che hanno inciso negativamente sullo sviluppo e la crescita.
Ci ritroviamo ai tempi odierni. Il voto del 28 e 29 marzo ha determinato l’elezione per la prima volta nella storia, da quando c’è l’elezione diretta, di un reggino alla Presidenza della Giunta che ha sede a Catanzaro votato con grande consenso anche nella città Capoluogo di Regione e di un eletto alla Presidenza del Consiglio regionale espressione della provincia di Catanzaro. Il nostro impegno e il nostro lavoro potrà contribuire non solo a creare sinergia tra Giunta e Consiglio e accorciare le distanze, ma soprattutto a dare messaggi chiari che la Calabria è unita e vuole puntare sulla valorizzazione dei diversi territori in base alla caratteristiche e ai punti di forza.
Adesso tutti noi abbiamo la possibilità di dedicare le nostre energie per costruire un sistema-regione moderno, dinamico, efficente.
Questa è la sfida ineludibile e dal cui esito dipende non solo la sorte della nuova classe dirigente che si è affermata, ma quella di tutta la Calabria che agli occhi dell’Italia ha bisogno di riscattarsi non soltanto economicamente, ma anche in termini culturali, iniziando a dimostrare al Paese che, nonostante le difficoltà ereditate, qui in Calabria siamo capaci di buone pratiche amministrative e di avere una classe dirigente all’altezza delle sfide.
Capaci di autogovernarci con metodi trasparenti ed efficaci. Alla condizione, però, che il Governo del Paese non si chiuda nel perimetro evoluto ma asfittico per un Paese europeo, delle aree ricche.
Se il Governo si dota di una politica per il Mezzogiorno, evitando di sottrarre persino fondi destinati allo sviluppo delle aree svantaggiate, noi siamo disposti a fare la nostra parte. Che abbiamo giù iniziato a fare.
Ne sono testimonianza:
l’ottimo Piano per il lavoro da poco illustrato dal Governo della Regione;
la riduzione dei costi della politica e la soppressione della figura del Consigliere regionale supplente che hanno rappresentato il primo atto legislativo della IX legislatura;
l’attenzione, che dovrà essere ancora più corposa ed evidente, alle famiglie calabresi, il nucleo centrale della nostra società, costrette a sobbarcarsi l’onere di fronteggiare spesso da sole la crisi in atto  ed a supplire alle lacune vistose dei servizi socio-sanitari;
la riorganizzazione della macchina amministrativa del Consiglio regionale che ci fa risparmiare circa 2 milioni di euro;
l’intenzione di valorizzare al meglio i talenti di cui la Calabria è ricca, le giovani professionalità spesso messe da parte per soddisfare il criterio dell’appartenenza anziché il merito;
l’urgenza, cui si sta mettendo mano con il lavoro già avviato da parte di tutte le Commissioni consiliari, di ottimizzare e semplificare il processo legislativo, spesso ostativo per chi vuole fare impresa o amministra uno dei nostri 409 comuni.
C’è tanto da fare e sono sicuro che insieme, lavorando bene, faremo crescere la nostra terra. Per farlo, a mio avviso occorre guardare senza distrazioni alle dinamiche dei nostri tempi, ma soprattutto ritrovando l’alta ispirazione di quaranta anni fa, che guidò il legislatore regionale nella stesura di quello che è stato considerato uno dei più suggestivi e nobili Statuti del Paese, approvato dal Consiglio regionale della Calabria il 31 marzo del 1971.
Tanti di quei principi, dobbiamo essere obiettivi non furono però realizzati. Inadempimenti che sono la radice di molti dei nostri mali ancora di stringente attualità. Mi riferisco non soltanto al fallimento dell’impegno della classe politica per fare superare alla Calabria le "storiche arretratezze" realizzare "la piena occupazione" ed impedire l’esodo.
Le responsabilità delle classi dirigenti locali e di quelle nazionali, nello specifico di questi argomenti, sono inequivocabili e direi storicamente assodate.
Ma mi riferisco, in particolare, alla mancata nascita di una burocrazia regionale efficiente e di una classe politica disposta a misurarsi con i problemi dei cittadini con la logica della programmazione economica e della partecipazione democratica alle scelte della politica.
Spero veramente che quei due principi, la programmazione e la partecipazione democratica, possano essere la base del nostro impegno in questa legislatura. Dobbiamo procedere nella gestione della cosa pubblica e nell’attività legislativa, facendo un uso saggio del metodo della programmazione, senza il quale ogni intervento è riduttivo, destinato a non produrre gli effetti sperati ed a deludere le aspettative; e con uguale forza, dobbiamo insistere sulla partecipazione democratica, che significa ampio coinvolgimento della rappresentanza politica, sociale e culturale territoriale nelle scelte di governo e nell’azione legislativa.
Se le divisioni interne in Calabria non possono più bloccare lo sviluppo, occorre aprire la Regione alle migliori competenze della società civile, realizzare al più presto la sede della cittadella regionale a Catanzaro per  accorpare tutti gli uffici, e infine lavorare sodo per fare capire ai calabresi in parte sfiduciati da quattro decenni di regionalismo, che la Regione è dalla loro parte.
La Regione, ed il Consiglio regionale in particolare, in quanto sede di tutte le scelte politiche e culturali che il territorio esprime, è un alleato dei calabresi. Con loro, quaranta anni dopo, noi tutti, insieme, possiamo farcela ad avviare una nuova stagione di riforme e di mutamenti.
Ma dobbiamo investire, da subito, su tutto ciò che è coniugabile con la parola futuro.
Vi ringrazio per la partecipazione così qualificata, quella di oggi vuole essere l’inizio di una serie di momenti di riflessione sul ruolo delle Regioni a quarant’anni dalla nascita.
In un’era “federalista” é necessario recuperare la nostra identità e trasmettere questi valori ai nostri giovani poiché non si può guardare al futuro senza la conoscenza delle proprie origini.
Se lavoreremo in questa direzione, sono convinto che contribuiremo al rilancio sociale, economico e culturale di una regione dalle tante potenzialità che lo merita e non può più attendere.

* Presidente del Consiglio regionale della Calabria

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